AREA LEGALE
IN BREVE
Un lavoratore è esposto a livelli eccessivi di stress con turni massacranti, orai infiniti e tensioni continue così che rimane vittima di un infarto fatale. Il datore di lavoro viene condannato a risarcire i familiari.
LA NOTIZIA
La Corte di Cassazione (ord. 26923/2025) ha stabilito che,
se un dipendente muore per cause legate allo stress sul lavoro, l'azienda deve
provare di aver fatto tutto il possibile per evitarlo: in caso contrario i
familiari avranno diritto al risarcimento del danno.
Il caso riguardava la morte di un medico deceduto nel 2007 in seguito ad un infarto. I familiari agivano in giudizio dimostrando che il loro congiunto era stato sottoposto per lungo tempo a turni di lavoro estremamente stressanti, a ritmi insostenibili e ad una pressione costante che lo avrebbero progressivamente usurato.
Tanto il Tribunale in primo grado che la Corte territoriale in appello avevano respinto le richieste dei familiari. Decisioni censurate dalla Corte di Cassazione che, stigmatizzava la condotta dei giudici del merito che avevano ignorato prove decisive come l'assenza di patologie pregresse nel medico e, soprattutto, la documentata esistenza di condizioni lavorative estreme valorizzando anche la circostanza che fosse già stato accertato il collegamento fra morte e condizioni di lavoro nel diverso procedimento per l’ottenimento dell'equo indennizzo.
Secondo i giudici, in tali casi al lavoratore (se ne consegue malattia) o ai suoi familiari (nel caso di morte) spetta dimostrare l’esistenza di condizioni di lavoro stressanti che possono aver costituito la causa del danno; provato ciò spetterà invece al datore di lavoro dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per proteggere la salute del proprio dipendente.
Il commento del Vicepresidente di Conflavoro PMI Varese - Alessandro Malnati: "La decisione ribadisce i principi già espressi in una precedente decisione (ord. n. 25191 del 24/08/2023) relativa al caso di un autista di autobus colpito da infarto dopo anni di turni pesanti ed orari di lavoro eccessivi al quale i giudici avevano riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non solo biologico alla salute, ma anche morale per le condizioni di sofferenza alle quali era stato esposto il lavoratore.
Tali sentenze -prosegue il nostro Vicepresidente- ribadiscono una volta di più che
la protezione del benessere psico-fisico dei propri dipendenti e
l’attenzione per la creazione e il mantenimento costante delle condizioni che
favoriscano il benessere in azienda (attraverso strumenti contrattuali,
giuridici, organizzatici, di welfare, di sostegno psicologico) costituisca
ormai non solo una occasione per il miglioramento della produttività e
dell’efficienza dei lavoratori ma, sempre più spesso, un imperativo che trova
fonte nei contratti di lavoro, nella legge e nei principi fondamentali
dell’ordinamento in mancanza del rispetto dei quali l’imprenditore si espone a
rischi anche considerevoli."
Per maggiori info sulla news, sulla nostra area legale e sui nostri servizi, Conflavoro PMI Varese resta con piacere a disposizione tramite i canali e i contatti ufficiali.